C’è un posto a Las Palmas dove torno spesso, e ogni volta mi succede la stessa cosa: entro e mi emoziono. Non è una frase fatta.
È la Casa de Colón, nel cuore di Vegueta, e ogni volta che ci metto piede dentro sento qualcosa muoversi, anche se ormai conosco quelle sale a memoria.
Forse è perché sono italiano. Forse è perché so cosa significa quel nome per la storia del mio paese. Fatto sta che camminare tra quei corridoi, per me, non è mai solo una visita turistica.
Perché mi emoziona ogni volta che ci torno
Cristoforo Colombo è passato da qui.
Prima di attraversare l’Atlantico, faceva tappa a Gran Canaria, e proprio in questo edificio si fermava a dormire durante le soste dei suoi viaggi verso le Americhe.
Per un italiano, saperlo e poi trovarsi fisicamente in quelle stanze cambia il modo in cui vivi la visita. Una cosa è leggerlo sui libri di storia, un’altra è camminare davvero in quelle terre lontane che hanno reso grande uno dei viaggi più importanti della storia dell’umanità.
Un pezzo di storia italiana su un’isola spagnola
Colombo è una figura che porta con sé il peso della storia del mio paese, nel bene e nel male. Negli ultimi anni la sua figura è diventata controversa, e se ne discute apertamente, anche dentro il museo stesso.
Ma proprio per questo trovo che valga la pena andarci: non per celebrare un mito, ma per guardare in faccia un pezzo di storia che ci riguarda da vicino, con tutte le sue luci e le sue ombre.
Cosa si trova dentro la Casa de Colón
L’edificio si sviluppa attorno a due grandi patii e tredici sale di esposizione permanente, tra soffitti in legno intagliato, archi e colonne che da soli raccontano già una parte della storia del posto.
Uno dei due patii conserva un’arcata rinascimentale recuperata dal convento di Santo Domingo, oggi scomparso.
La collezione che custodisce è tutt’altro che uniforme: si passa dall’archeologia precolombiana alla pittura fiamminga, dal barocco americano alla pittura canaria di fine Ottocento, fino a strumenti nautici, cartografia storica, stampe, sculture e mobili d’epoca.
Le sale si susseguono una dopo l’altra, e ogni stanza aggiunge un pezzo diverso alla stessa storia.

La cabina dell’ammiraglio e i quattro viaggi di Colombo
La sala più scenografica ricostruisce, vicino alla grandezza reale della nave, la cabina dell’ammiraglio a bordo della Niña, la caravella su cui Colombo tornò dalle Americhe dopo aver perso la Santa María.
Dentro trovi la ricostruzione dei mezzi tecnici, dei materiali da costruzione e persino del cibo che si portava a bordo in quei viaggi.
Accanto, pannelli, audiovisivi e modellini raccontano i quattro viaggi di Colombo tra il 1492 e il 1504, il primo di scoperta, gli altri tre di esplorazione e conquista, con il facsimile del diario della prima traversata esposto proprio accanto ai modelli delle tre caravelle, la Niña, la Pinta e la Santa María.
In questa stessa area si trova anche un olio su tela del Seicento di autore sconosciuto, una ghirlanda con il volto di Isabella la Cattolica, uno dei pezzi a cui il museo tiene di più.

Le mappe e gli strumenti che hanno disegnato il mondo
Poco più avanti si entra nella sezione dedicata alla cartografia, che racconta bene come cambiava, secolo dopo secolo, l’idea che l’uomo aveva del mondo.
C’è il facsimile dell’Atlante Catalano del 1375, con il suo calendario perpetuo e la rosa dei venti, e quello del primo mappamondo sferico mai realizzato, firmato dal cartografo tedesco Martin Behaim nel 1492, che colpisce perché l’America, semplicemente, non c’è ancora.
Poco distante trovi la Carta di Juan de la Cosa del 1500, la prima rappresentazione fisica del continente americano, e la mappa di Martin Waldseemüller del 1507, dove per la prima volta un territorio prende il nome di “America”.
Nella stessa sala sono esposti gli strumenti di navigazione che hanno reso possibile tutto questo: bussole, astrolabi, balestriglie, tra cui un astrolabio nautico in bronzo di 220 millimetri di diametro, datato tra il 1500 e il 1520, considerato da alcuni studiosi uno dei più antichi ancora conservati.



Il mondo prima di Colombo
Scendendo nella cripta del museo si entra in un’altra parte della storia, quella delle civiltà che in America c’erano già prima del suo arrivo: ceramiche delle culture Esmeraldeña e Tolita, riproduzioni azteche, maya, zapoteche e mixteche, e oggetti del popolo amazzonico yanomami, tra cesti intrecciati, archi e frecce.
È il tipo di sala che ti fa cambiare prospettiva: prima ancora di essere la storia dell’arrivo degli europei, è la storia di chi in America c’era già.
Le Canarie, ponte tra due mondi
Un’altra sala spiega perché Colombo passasse proprio da qui prima di attraversare l’oceano: la posizione delle isole, favorita dagli alisei e dalle correnti marine, le rendeva la tappa naturale per fare rifornimento prima della traversata.
Da allora tra le Canarie e le Americhe è iniziato uno scambio continuo, sociale, culturale ed economico, che l’arcipelago porta ancora addosso. I pannelli raccontano le fondazioni canarie in America e i prodotti che da qui partirono per attraversare l’Atlantico, dalla canna da zucchero alla vite, dal platano alla gallina.
Intere famiglie canarie si trasferirono nel nuovo continente, tanto che alle isole è rimasto addosso il soprannome di “Hacedor de pueblos”, il creatore di popoli.
Tra dipinti fiamminghi e pittori canari
Proseguendo si arriva alla sezione dedicata alla pittura, un percorso che attraversa quattro secoli. Si parte dalle quattro tavole fiamminghe del Cinquecento legate al commercio dello zucchero, per passare al Seicento con opere come il San Andrea di José de Ribera, “lo Spagnoletto”, arrivato in prestito dal Museo del Prado, fino al Settecento americano con La Coronación de la Virgen del pittore messicano José de Páez.
Il percorso si chiude con i pittori canari a cavallo tra Otto e Novecento, tra cui Nicolás Massieu y Matos, conosciuto come “il pittore di Gran Canaria”, di cui restano un autoritratto del 1909 e un ritratto della madre del 1936, considerato uno dei capolavori della pittura delle isole.
Poi arrivano i ritratti dei sovrani spagnoli e dello stesso Colombo, fino al suo testamento, esposto in una delle sale del museo. Sono i dettagli che trasformano la visita in qualcosa di più personale: non stai leggendo un capitolo di un libro di storia, ci sei dentro.


Le sale su Gran Canaria e la nascita di Las Palmas
Le ultime sale spostano lo sguardo sull’isola stessa. Ci sono mappe di Gran Canaria che vanno dal Cinquecento al Settecento, tra cui una disegnata a Venezia nel 1528, insieme a una maquette dell’isola.
Un’altra sala ricostruisce, tra modellini e documenti, la nascita di Las Palmas de Gran Canaria a partire dal campamento fondato nel 1478 dal capitano Juan Rejón, fino alla sua evoluzione nei secoli successivi.
Tra i pezzi più curiosi ci sono le incisioni che raccontano l’attacco alla città del corsaro olandese Pieter van der Does nel 1599, e gli sguardi romantici dei viaggiatori inglesi dell’Ottocento, arrivati sull’isola più per fascino che per dovere, che ne dipinsero paesaggi e scene di vita quotidiana.
Non è la casa di Colombo, ma quella del governatore
Una cosa che vale la pena chiarire, perché anche a me ha sorpreso quando l’ho scoperto: chiamarla “casa di Colombo” non è del tutto corretto.
L’edificio apparteneva al governatore di quello che all’epoca era il primo insediamento, quello che avrebbe poi dato origine a Las Palmas de Gran Canaria.
Colombo ci si fermava a dormire durante le soste verso le Americhe, ma la casa era e resta legata alla storia del governo dell’isola, prima ancora che alla sua.
L’architettura coloniale e il patio senza tempo
Al di là della storia che racconta, la Casa de Colón è bella da vivere anche solo come edificio.
L’architettura coloniale, il patio interno, le stanze che sembrano ferme in un altro secolo: tutto è curato nei minimi dettagli, e si sente.
La visita scorre piacevole, senza fretta, con quel ritmo lento che ti fa venire voglia di fermarti in ogni angolo un po’ più a lungo.


Informazioni pratiche per organizzare la visita
Se decidi di andarci, sappi che è un museo comodo da inserire in una passeggiata per Vegueta, il quartiere storico di Las Palmas.
È aperto dal lunedì al venerdì dalle 9:00 alle 19:00, mentre nel weekend l’orario si riduce e chiude alle 15:00.
Il biglietto intero costa 4 euro, quello ridotto 2 euro per studenti tra i 18 e i 23 anni, over 65 e under 18, e nel primo weekend di ogni mese l’ingresso è gratuito per tutti.
Ti consiglio comunque di controllare gli orari aggiornati sul sito ufficiale prima di partire, perché in occasione di festività particolari possono cambiare.
Mettici almeno un’ora, un’ora e mezza se, come me, ti fermi a leggere ogni pannello.
Conclusione
Ogni volta che porto qualcuno alla Casa de Colón mi rendo conto di quanto questo posto continui a parlarmi, anche dopo diverse visite.
Forse perché mescola due storie che sento entrambe mie: quella di un’isola che è diventata casa, e quella di un paese, l’Italia, che in quei corridoi ritrova un pezzo del proprio passato.
Se passi da Las Palmas, credo che valga la pena scoprirlo con i tuoi occhi.



