Trasferirsi a Gran Canaria non è solo cambiare indirizzo di casa. È decidere di diventare parte di qualcosa che esisteva prima di te, che ha le sue regole, i suoi ritmi, la sua storia, e che non ti deve niente.
Può sembrare una frase fatta, ma non lo è.
Rispettare e integrarsi sono due parole a cui devi dare la massima importanza, perché stravolgeranno completamente la tua vita quando ti trasferirai in un posto nuovo.
Non è un dettaglio da mettere in fondo alla lista delle cose da fare dopo il trasferimento.
È la lista.
Io me ne sono accorto quasi subito, nei primi mesi, quando la novità lascia il posto alla quotidianità e capisci che vivere in un posto è tutta un’altra cosa rispetto a visitarlo.
Oggi voglio raccontarti sei cose che ho fatto, piccole e a volte scomode, che di riflesso hanno cambiato il mio modo di vivere questa isola.
1. Ho imparato lo spagnolo (quello vero)
Non parlo dello spagnolo da turista, quello che ti fa cavare d’impaccio al bar o al supermercato con quattro parole in croce. Parlo dello spagnolo che ti permette di capire davvero le persone, di cogliere un’ironia, di seguire una conversazione tra due canari senza dover chiedere “scusa, puoi ripetere più piano?”.
All’inizio è stato difficilissimo.
E no, non basta mettere una “s” alla fine di ogni parola italiana per farsi capire, anche se per i primi tempi ci provi lo stesso, sperando funzioni.
Lo spagnolo delle Canarie poi ha un suo accento, i suoi tempi, parole che non trovi nei libri di scuola. Ci sono stati momenti in cui capivo solo la metà di quello che mi veniva detto, e altri in cui restavo in silenzio per non fare la solita figura dello straniero che annuisce senza aver capito niente.
Ma è proprio lì che ho iniziato a capire una cosa fondamentale: la lingua è lo strumento più importante per entrare nell’anima di un posto. Non è un accessorio, è la chiave.
“Parlo solo italiano” va benissimo se sei in vacanza per una settimana, nessuno te lo rinfaccerà.
Ma se decidi di vivere qui, restare fermo a quella frase significa perdersi tutta la parte più bella della scoperta: le sfumature, le battute che non si traducono, il modo in cui la gente ti racconta le cose in modo diverso quando smette di doverle semplificare per te.
2. Ho iniziato ad aiutare l’economia locale
Ho iniziato ad amare i guachinche, quei piccoli locali familiari dove si mangia quello che la tradizione canaria porta in tavola da generazioni. A fare la spesa nei negozietti di quartiere invece che affidarmi sempre e solo ai grandi supermercati, anche se costa qualche minuto in più e qualche euro in più. A comprare qualcosa nei mercatini di artigianato locale, quando capita, invece di cercare il souvenir più economico.
Non è una scelta ideologica fatta a tavolino, è qualcosa che è venuto naturale man mano che ho iniziato a capire dove vivo davvero. L’obiettivo, se vogliamo dargli un nome, è semplice: contribuire all’economia del luogo che mi ospita.
Chi si trasferisce in un posto e continua a vivere come se fosse ancora altrove, con le stesse abitudini di consumo, alla fine prende senza restituire niente.
A settembre torno tra i banchi di scuola per perfezionare il mio spagnolo, e non è solo per parlare meglio al bar. Voglio costruire qualcosa di mio, qualcosa che nasca da qui e che contribuisca ancora di più alla crescita di questo territorio che ho imparato ad amare.
3. Ho chiesto, ascoltato, mangiato canario
Chiedo ai canari di raccontarmi la storia di questa terra, le tradizioni, i luoghi, gli usi e i costumi.
Non lo faccio per dovere, lo faccio perché mi interessa davvero, e le persone lo sentono.
Ascolto la musica canaria, mangio canario, provo a entrare nei dettagli invece di fermarmi alla superficie da manuale.
Da queste conversazioni nascono confronti di culture bellissimi, soprattutto quando si arriva al significato di certe parole o modi di dire, di quelli che non trovi su nessun dizionario e che capisci solo se qualcuno te li spiega guardandoti negli occhi, magari ridendo perché in italiano suonerebbero completamente diversi, o semplicemente non avrebbero senso.
Sono questi i momenti in cui senti che la distanza tra te e chi ti sta parlando si sta accorciando davvero.
4. Ho smesso di dire “eh, ma in Italia…”
Ogni cultura è diversa, e questo dovrebbe essere ovvio, ma non lo è quando ti trasferisci.
Per quanto quella canaria possa sembrare vicina a quella italiana, soprattutto a quella del sud Italia, con certi ritmi e certe abitudini che sembrano familiari, ci sono cose totalmente differenti.
Fare paragoni continui da nostalgici non serve a niente, anzi ti tiene fuori, ti mette in una posizione di giudizio invece che di ascolto.
Ho imparato a fare mie queste differenze e a integrarle nella mia vita, invece di misurarle costantemente con il metro di quello che conoscevo prima.
Ho iniziato a frequentare canari, non solo altri italiani, perché restare dentro la propria community di connazionali è comodo, rassicurante, ma alla lunga ti tiene fuori dal posto in cui vivi.
Frequentare persone del posto mi ha permesso di scoprire ancora di più le loro abitudini, la loro cultura, il loro modo di vivere quella che è davvero la vita lenta, non quella raccontata nelle cartoline o nei video da tre minuti.
5. Ho accettato le abitudini che ancora oggi mi sembrano strane
E poi ci sono cose che, anche oggi, mi sembrano strane.
Modi di approcciarsi, uno stile di vita diverso dal mio, tempi che seguono una logica diversa da quella a cui ero abituato.
All’inizio la tentazione è quella di giudicare, di pensare “da me si fa diversamente”.
Ho imparato a non farlo, o almeno a provarci, e ad accogliere queste differenze per quello che sono: non errori da correggere, ma un altro modo di vivere.
Sul mangiare alle 15 e alle 22, per esempio, ci sto ancora lavorando.
Chi viene dall’Italia, soprattutto dal sud come me, sa cosa intendo: gli orari dei pasti qui slittano rispetto a quelli a cui siamo abituati, e per uno stomaco italiano non è sempre facile adattarsi.
Ma quando posso, chiudo un occhio, e col tempo si impara anche questo.
6. Ho imparato il rispetto per l’ambiente
Le Canarie sono un ecosistema delicato, fatto di equilibri che si vedono poco a occhio nudo ma che si rompono facilmente, e questo non lo impari da un cartello lungo un sentiero.
Le buone regole di educazione e rispetto, quelle che dovrebbero venire naturali, qui vanno ricordate sempre a te stesso, ogni volta: non lasciare tracce dove passi, rispettare gli spazi naturali come se fossero un prestito, non un diritto acquisito solo perché ci vivi o li stai visitando.
Può sembrare una cosa banale e scontata, ma non lo è. Non vado oltre.
Conclusione
Nessuno di questi gesti, preso da solo, cambia niente. Imparare qualche parola in più di spagnolo non ti rende canario, fare la spesa in un negozietto di quartiere non risolve niente su scala grande.
Ma messi insieme, giorno dopo giorno, sono il motivo per cui oggi non mi sento più un ospite, ma parte integrante della comunità.
E spero che, con il passare degli anni, possa diventarlo sempre di più.



