C’è un punto, salendo verso Guayadeque, in cui la strada si apre tra le montagne e tutto cambia.
Il traffico sparisce, il cellulare perde campo, e attorno a te resta solo la roccia scavata, la vegetazione tipica di questa parte dell’isola e un silenzio che a Las Palmas non esiste.
Ci sono arrivato in auto, senza troppe aspettative, e me ne sono andato con la sensazione di aver visto un pezzo di Gran Canaria che il resto dell’isola ha dimenticato di avere.

Un burrone che separa due paesi e unisce due mondi
Il Barranco de Guayadeque si trova nell’est dell’isola e segna il confine naturale tra i comuni di Ingenio e Agüimes. È uno dei canyon più estesi dell’arcipelago, e camminarci dentro, anche solo per un breve tratto come ho fatto io, significa attraversare centinaia di grotte scavate nella roccia, molte delle quali portano ancora tracce degli antichi abitanti dell’isola.
In queste cavità sono state trovate mummie e utensili, oggi conservati al Museo Canario di Las Palmas, e passeggiando con lo sguardo alzato verso le pareti del burrone se ne vedono ancora tante, con tanto di porte d’ingresso scavate a mano, sospese nel fianco della montagna come se qualcuno potesse tornarci da un momento all’altro.
Quello che mi ha colpito di più, però, non è stata la storia in sé, ma il modo in cui convive con il presente. Perché il barranco non è un sito archeologico abbandonato: è abitato ancora oggi.
Ci sono case-grotta, piccole abitazioni con la parabola satellitare piantata fuori e i pannelli solari sul tetto, incastrate nella stessa roccia dove secoli fa vivevano i primi abitanti dell’isola. La maggior parte sono strutture adibite a case vacanza, ma ci sono anche canari che vivono stabilmente.
Non so se ci vivrei io, ma capisco perfettamente chi ha scelto di restare in un posto così lontano da tutto.

Dentro una casa-grotta vera
Ho percorso un piccolo sentiero dove si trovano alcune case-grotta e un negozietto di artigianato locale, ricavato in un’antica abitazione scavata nella roccia.
Mi sono innamorato di un’anfora fatta a mano, con la base in pietra vulcanica scura e la parte superiore tinta di rosso, il tipo di oggetto che ti fa capire subito che stai comprando qualcosa che appartiene davvero a questo posto.
La signora del negozio mi ha accompagnato tra i vari ambienti della casa, spiegandomi come erano organizzati gli spazi. Piccole camere, soffitti a volta, zero finestre (per molti potrebbe essere al limite della claustrofobia).
È stato uno di quei momenti in cui la storia smette di essere un concetto astratto e diventa qualcosa che senti sulla pelle: pensare a come gli antichi abitanti di quest’isola vivevano la quotidianità, fatta di piccole cose e di un isolamento totale, dentro quelle stesse pareti di roccia, mi ha dato una scossa emotiva che non capita spesso in un pomeriggio qualunque.

Il pranzo scavato nella roccia
A Guayadeque i ristoranti non mancano, nonostante l’isolamento, anzi: è quasi un controsenso trovare così tanta offerta gastronomica in un posto senza copertura mobile.
Ho pranzato al ristorante Tagoror, interamente scavato nella roccia, un vero e proprio labirinto scavato nella grotta dove i tavoli sono racchiusi in piccole conche, ognuna con la sua intimità.
Ho mangiato piatti della vera cucina tipica canaria: ropa vieja, papas arrugadas, un piatto di carne alla brace con patatine, e per finire una pannacotta, il tutto accompagnato da un vino locale particolare che non avevo mai assaggiato prima.
E naturalmente, in perfetto stile canario, ogni piatto è finito condiviso al centro del tavolo, perché qui il pranzo non è mai solo tuo.


Un’isola dentro l’isola
Quello che resta, uscendo da Guayadeque, è la sensazione strana di aver visitato un luogo abitato e allo stesso tempo sospeso, fermo agli albori dei primi insediamenti dell’isola.
Le montagne che si chiudono attorno alla strada, le grotte scavate ovunque tu guardi, il fatto che qui la vita vada avanti senza telefono e senza fretta: tutto contribuisce a creare un posto che sembra esistere fuori dal tempo, a pochi chilometri da una capitale che corre come tutte le altre.
Non so se tornerei a viverci, ma l’idea di ritagliarmi qualche giorno lontano da tutto, dentro questo silenzio di roccia e vento, è un pensiero che da Guayadeque mi porto ancora dietro.



