C’è un posto a Gran Canaria che sta a dieci minuti dall’aeroporto e sembra un altro mondo.
Ci sono arrivato una domenica di luglio, con il sole che picchiava forte e la brezza marina a scompigliarmi i capelli, e quando l’ho visto sono rimasto senza parole.
Tufia non è nelle guide che si comprano in aeroporto, e forse è proprio per questo che quando ci arrivi la prima volta resti spiazzato: case bianche e azzurre che sembrano uscite da un’isola greca, addossate alla roccia, una addirittura incassata nella scogliera, barche tirate a secco, il rumore del mare che si infila tra i vicoli stretti.
Prima di iniziare, devo dirti una cosa per me importante
Quando sono arrivato qui, la prima cosa che ho imparato è che Gran Canaria (così come le altre isole) non si limita a essere bella: è anche fragile, e chi ci vive lo sa bene.
Qui le risorse sono limitate, gli ecosistemi sono più fragili di quanto sembri in foto, e ogni comportamento fuori posto lascia un segno che dura più a lungo di una vacanza. Ma il rispetto per un luogo non riguarda solo la natura: riguarda anche le persone che lo abitano da sempre, le loro abitudini, i loro ritmi, la loro lingua.
Che tu sia di passaggio per una settimana o che, come me, tu abbia scelto di restare, il modo in cui ti metti in relazione con questa terra fa la differenza: imparare qualche parola in spagnolo, scoprire i luoghi senza trasformarli, sostenere chi qui ci lavora da una vita invece di limitarti a passarci accanto.
Non serve rinunciare a niente, le Canarie sono meravigliose e hanno tante bellezze da vivere e scoprire. Basta ricordarti che ogni posto che scopri in questo articolo è anche la casa di qualcuno, la sua storia, la sua cultura. È un piccolo gesto, ma è anche il modo più semplice per dire grazie a un'arcipelago che, nonostante le difficoltà, ci accoglie.

Un pugno di case tra due lingue di sabbia nera
Tufia si trova nel comune di Telde, sulla costa orientale dell’isola, incastonata su un antico cono vulcanico che i canari chiamano Península de Tufia.
È una piccola perla, a pochi chilometri da Playa Melenara, la spiaggia dove si trova la statua di Nettuno di cui vi ho già parlato qui.
Il villaggio è minuscolo: poche strade, un manipolo di case da pescatori, una spiaggia di sabbia scura lunga appena una quarantina di metri, stretta tra le rocce. Non è la spiaggia da telo e ombrellone che ti aspetteresti su un’isola turistica come questa, ed è proprio questo il punto.
L’orientamento verso sud protegge la baia dagli alisei e dalle correnti più forti, così l’acqua resta quasi sempre calma, quasi immobile.
Si respira un’atmosfera estiva che mi ha riportato dritto alle calette della mia amata Puglia: profumo di crema solare nell’aria, gruppi di famiglie che condividono l’ombra di uno stesso scoglio, e quella sensazione precisa di essere capitato in un luogo prezioso che in pochi conoscono.
Con la marea alta la sabbia scompare quasi del tutto e il mare arriva a lambire le case; con la marea bassa, invece, si aprono piccole pozze tra gli scogli dove i bambini del posto passano il pomeriggio a caccia di granchi.

Un villaggio che porta il peso di secoli
Camminando tra le poche case di Tufia si nota qualcosa che a Gran Canaria capita raramente di vedere così vicino al mare: i resti di un antico insediamento aborigeno, tracce di quella Gran Canaria che esisteva molto prima degli spagnoli, quando gli abitanti originari dell’isola vivevano di pesca e di quello che la terra vulcanica riusciva a dare.
Poco più in alto, sulla collina che chiude la baia, si intravedono le dune fossili, formazioni geologiche che raccontano un’isola diversa da quella di oggi, modellata da millenni di vento e mare. Non serve essere archeologi per sentire che Tufia non è solo un bel posto da fotografare: è un pezzo di storia che continua a vivere, silenzioso, tra le reti stese ad asciugare e i gatti che dormono al sole.
Quello che colpisce di più, però, è quanto a lungo Tufia sia rimasta fuori dal tempo anche in epoca recente. L’elettricità è arrivata nelle case del villaggio solo negli anni Novanta: fino ad allora, chi passava l’estate qui viveva senza televisione, senza cartoni animati, senza le comodità che altrove erano già scontate da decenni.
Chi ci è cresciuto racconta di sere passate a lume di candela, di giornate scandite dal sole e dalla marea invece che da un orologio, e di quanto fosse difficile poi tornare alla routine quando ricominciava la scuola.
È un dettaglio che dice molto di questo posto: mentre il resto dell’isola correva verso il turismo di massa, Tufia restava sospesa in un tempo tutto suo, a un passo dall’aeroporto più trafficato delle Canarie.

Come arrivarci e cosa sapere prima di partire
Tufia non è servita dagli autobus, quindi l’unico modo per raggiungerla è l’auto: si esce dalla GC-1 in direzione della zona industriale di El Goro, si segue l’indicazione per il barrio di Tufia e si arriva a un piccolo parcheggio in cima alla costa, su un fondo di ciottoli, non asfaltato.
Non aspettarti il classico parcheggio da spiaggia: è minuscolo, ci entrano poche auto, ed è più uno scorcio nascosto nella roccia che un vero e proprio piazzale.
Non sempre si trova posto, quindi conviene mettere in conto qualche giro in più o un orario meno affollato.
Conviene anche controllare l’orario delle maree prima di partire, perché con l’alta marea la spiaggia si riduce quasi a niente, mentre con la bassa marea si guadagna spazio e tranquillità per stendersi.
Un costume sempre in borsa non guasta, insieme a scarpe comode per muoversi tra gli scogli e un po’ d’acqua, perché a Tufia non troverai nulla, non ci sono bar o supermercati.
Perché vale la deviazione
Sono rimasto incantato da quelle case bianche e azzurre, da quella caletta che per un pomeriggio mi ha regalato la stessa leggerezza delle estati passate sulle coste pugliesi, ma a un passo da casa mia, qui a Gran Canaria.
Gran Canaria è piena di posti che si vendono da soli, spiagge lunghe, dune, resort affacciati sull’Atlantico.
Tufia non è niente di tutto questo, ed è forse per questo che resta impressa: un villaggio di pescatori che continua a vivere la sua vita, indifferente a chi passa di lì per caso, in mezzo a un pezzo di storia che nessuno ha mai pensato di mettere in vetrina.


